Yoga

In principio è Shavasana – Parte I

Nelle nostre pratiche in principio si parte sempre da sdraiati: posizione del cadavere. Pensando ad un cadavere ci balza subito in mete l’idea della morte pensando ad una disgrazia, dato che la morte è vissuta sempre come un dolore e qualcosa di brutto. Qui la posizione va vissuta come lo stato di abbandono e inerzia. E dopotutto la morte in sé cela un significato che va al di là della banalità, la morte in realtà è l’inizio di un ciclo, è un evento di cambiamento e trasformazione. Dal buio e vuoto totale… il “Big Ben”. In Shavasana si è sdraiati sulla schiena, le gambe leggermente separate, le punte dei piedi cadono verso l’esterno, le braccia parallele lungo i fianchi e i palmi delle mani sono rivolti verso l’alto, segno di apertura e ricezione e un aiuto di rilassamento per le spalle e trapezio. Ogni muscolo è rilassato, senza tensioni e contratture, sentiamo il peso del corpo che cade morbido sulla terra che ci sostiene, attiviamo il senso del tatto, percepiamo come ci sentiamo al contatto con la superficie al di sotto. Gli occhi sono chiusi così che il nostro osservatore interno si attivi, vogliamo essere testimoni di noi stessi e di tutto quello che accade nel cosmo individuale, rimaniamo attenti e consapevoli attraverso la propriocezione. In posizione orizzontale a terra, sentiamo i punti di contatto e di non contatto, e attraverso gli appoggi e le curve naturali che non poggiamo delineiamo la forma del corpo; nello stato di quiete ci fermiamo, ci ritiriamo e ascoltiamo come ci sentiamo e chi siamo. L’attenzione la lasciamo dirigersi sempre più verso l’interno, abbandonando immagini, suoni, rumori, pensieri, sentiamo il respiro attraverso le narici in entrata ed uscita e seguendo il suo scorrere ci portiamo dentro. Facciamo così conoscenza del respiro, lo sentiamo fluire calmo e regolare, senza interruzioni, comprendiamo così che il suo stato attivo involontario, in contrapposizione alla passività del corpo, è un evento che accade da sé. Dall’interno sentiamo il manifestarsi come di una piccola scintilla che dal nulla si accende e si irradia come una luce delicata che sfiora le pareti interne ele visceri. Scrutando questo avvenimento la mente si accorge di qualcosa di nuovo e si incanta meravigliata ad assistere.

Quando il respiro è affannoso anche la mente è instabile. Ma quando il respiro si calma anche la mente lo fa, e lo yogi raggiunge lunga vita. Pertanto, si deve imparare a controllare il respiro. (Hatha Yoga Pradipika)

Ci accorgiamo così, senza troppe congetture che stiamo scoprendo così di essere in grado di ascoltare il corpo e il respiro, come se ci parlassero. Il corpo respira, percepiamo questa sua esigenza, non siamo noi a decidere, tutto avviene da sé, all’inspiro sentiamo un senso di riempimento (puraka) e all’espirazione lo svuotamento (rechaka), un dare e un ricevere. In una posizione così semplice e apparentemente banale abbiamo già fatto parecchie scoperte ed esperienze, vivendo in uno stato di “unione”. Una volta realizzato che noi siamo osservatori dall’interno, siamo pronti per partire, inizia così lo stato di depurazione e liberarci di ciò che non serve, vogliamo alleggerirci. Anche quando espiriamo un residuo di aria permane all’interno dei polmoni, stagnando così al loro interno allora per ripulirli completamente effettuiamo un espirazione volontaria e prolungata. Gambe piegate, lombare a terra, testa e spalle si sollevano e le mani vanno in direzione delle gambe afferrando l’interno, l’addome lo comprimiamo e dall’interno strizziamo polmoni e diaframma e andiamo ad insistere fino all’ultimo soffio, per svuotare completamente. Ritorniamo così verso Shavasana e quando parte l’inspiro, apriamo le braccia di lato le portiamo dietro oltre alla testa inspirando il minimo così che poi provvederemo ad espirare volontariamente di nuovo, dedicando attenzione e qualche istante a questa azione di svuotamento, vogliamo registrarne i particolari. Effettuata questa azione per quattro o cinque volte al ritorno in Shavasana, ci rilassiamo e attraverso l’abbandono la mente osserva il ritorno e i cambiamenti portati da ciò che è avvenuto. Questo raccoglimento lo creiamo ad ogni ritorno da qualsiasi asana che troviamo nella sequenza. Raccogliamo il vissuto dell’esperienza effettuata, la mente è impegnata in quello per cogliere ogni particolare e il corpo memorizza tutto quanto, giovando della novità.

La difficoltà nella prartica Yoga non sono le posizioni e la loro perfomance perfetta ma bensì l’ascolto e l’attenzione, la presenza.

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