Yoga, in viaggio verso la coscienza – parte II

Le Tappe della Pratica Yoga
Mal di schiena, dolori articolari, stress, ansia, rabbia, respirazione scorretta questi i principali motivi che spingono molte persone a incontrare la disciplina dello Yoga.
Dopo mille tentativi per stare meglio si lanciano in questa “avventura esoterica” in cerca della soluzione, dell’antidoto magico.
Si cerca qualcosa, e nasce così l’esigenza di partire per un nuovo viaggio e scoprire così nuovi luoghi, esperienze ed una nuova realtà, una nuova visione, un nuovo “Io”.
Occorre sottolineare che Yoga non si fa, Yoga si pratica, è ben diverso. Yoga è un viaggio, dove l’individuo cammina verso la propria coscienza individuale percependo la sostanza di cui è fatto, le sue varie componenti e funzionalità, organi motori, di senso, mente, respiro; tutto in perfetto equilibrio – Sam Yoga, Unione Equilibrata.
Si parla ormai spesso di Yoga ed è plausibile che sorga confusione in merito dato che di questi tempi vengono proposti diversi stili e metodi.
Quindi, prendiamoci proprio del tempo per riflettere ed osservare e infine avere un’idea chiara sulla pratica Yoga, in cosa consiste, quali componenti sono necessari per la sua realizzazione, come Yoga può essere un valido aiuto per il corpo e il mantenimento della sua salute; ed ancora un via per ossigenare la mente, calmarla e così per arrivare a risolvere disarmonie emotive che ci ostacolano nel vivere a pieno la gioia e la felicità. L’uomo ha come obbiettivo il raggiungimento della felicità.
Tutti vogliono essere felici ma aspettano che ci sia sempre una soluzione che provenga dall’esterno o che ci sia qualcuno che risolva i propri problemi, così accade che ci si perda l’attimo presente dove tutto contiene la realtà, la mente divaga e crea pensieri di una realtà che ancora non esiste. Da qui una fonte inesauribile di stress, il corpo attinge il più possibile dove può energie per la sopravvivenza, da qui il disequilibrio.

Vivere spiritualmente è vivere nel presente.
Lo yoga ci porta nel momento presente, facendoci diventare coscienti della nostra postura, dei nostri movimenti e della nostra respirazione. (Swami Vivekananda)

Una buona pratica Yoga deve racchiudere in sé vari passaggi necessari per poterci condurre in un cammino consapevole verso l’armoniosità globale.
E’ possibile prendere in considerazione diversi punti di riferimento per intraprendere il cammino: testi Vedici, Tantra, Yoga Sutra di Patanjali, Samkhya Darshana; ogni percorso è composto da passaggi progressivi, qualcuno concerne rituali, aspetti legati più ad una sfera religiosa, comunque vi sono delle procedure da seguire; ma non intendiamole come leggi o regole obbligatorie, ma piuttosto affrontiamole come esperienze progressive evolutive, o almeno questo il mio punto di vista.

Se non viviamo con armonia e tranquillità qualsiasi percorso ci prestiamo ad intraprendere, la via ci si rivela ardua, tortuosa e senza fine, anzi ancor peggio ricca di aspettativa in una lunga attesa verso un risultato finale che non arriva.
Per avere un’idea chiara, semplice e che concerne il concetto di unità, per intraprendere l’esperienza Yoga e di una pratica integrale (come si utilizza dire) ritengo sia buona cosa considerare il sistema dell’ Ashtanga Yoga (otto membra o passi) di Patanjali : Yama, Nyama, Asana, Pranayama, Prathyara, Dharana, Dhyana, Samadhi.
Una guida per un percorso, passo dopo passo che parte dall’esterno per andare verso l’interno in relazione con se stessi effettuando tappe importanti lungo un viaggio con destinazione la connessione con la propria coscienza individuale e da lì il salto verso una coscienza qualitativamente diversa e superiore.
Lo stesso vale attenendosi al Samkhya Darshan, che ci troviamo ad affrontare lungo la via della pratica, per viverla a pieno e godere del viaggio intrapreso, così da fare conoscenza del nostro essere a partire da Pakriti fino ad andare sempre più oltre ai confini del tangibile e raggiungere il non-tangibile, ma esistente.
Mi soffermo ad affrontare gli Ashtanga di Patanjali, considerandoli in rapporto alla pratica Yoga, come veri e propri punti, o meglio delle tappe che via a via arricchiscono il cammino verso l’equilibrio armonioso verso il quale puntiamo per raggiungere uno stato di benessere psico-fisico, energetico e spirituale, motivo per il quale ci accingiamo al percorso evolutivo dello Yoga.
Yama e Nyama , si riferiscono ad azioni etiche e comportamentali verso gli altri
(esterno) e verso se stessi (sfera interna).
Si parla di Yama quindi di ahimsa-non violenza, satya-verità, asteya-non rubare, brahmacarya-la castità in questo contesto intesa come continenza degli organi sensoriali. Tutti aspetti che hanno a che fare con ciò che proviene dall’esterno, lo spazio che occupiamo e in cui conviviamo con altri individui. Domandiamoci come ci comportiamo, se siamo gentili, se rispettiamo lo spazio occupato da chi ci sta accanto, se rechiamo disturbo con rumori, parole o azioni nel luogo che ci sta ospitando e verso chi ci ospita e accoglie.
Con Nyama ci riferiamo al comportamento che abbiamo nei nostri confronti: sauca- purezza come pulizia interna ed esterna, santosha-appagamento e sobrietà delle esigenze vitali, tapas-ascesi o accettazione delle condizioni temporanee. Svadhyaya- studiare se stessi, osservare dove siamo, chi siamo, dove vogliamo arrivare.
Ultimo punto Ishvara Pranidhana, la perseveranza, la costanza è l’ingrediente che ci permette il cambiamento e la trasformazione. L’unione con il Divino.

Asana, le posizioni, le posture assunte dal corpo durante la pratica.
A prescindere dalla fama delle varie asana e dai loro nomi, occorre entrare nell’ottica che da Asana nasce l’esperienza del corpo; nella pratica è importante la loro costruzione e ancora prima prendere visione e consapevolezza delle tre parti principali: testa, tronco e arti. Una costruzione graduale e lenta ci permette di percepire la capacità del corpo e i suoi limiti, fino al raggiungimento e al mantenimento dell’immobilità, dove il corpo lì punta la sua concentrazione, la sua agitazione si placa e conserva così le energie senza dissiparle inutilmente e privo di dinamicità, non è abusato. Per tutto questo asana ha bisogno del sostegno della mente che segue quanto accade e non è impegnata con pensieri, suoni, rumori e varie distrazioni esterne. La mente è presente, vigile, ci troviamo così a vivere l’attimo presente e questo è fondamentale se parliamo di energie da conservare, ne bruceremmo in eccesso con un lavoro dinamico con ulteriori sforzi, abusandone, come spesso accade in altre attività. Ancor di più l’attività mentale consuma carburante della macchina umana e la usura, quando i pensieri sono fuori controllo e fuori luogo. Nel momento in cui ci si dedica ad asana non ci devono essere altre preoccupazioni. Se è possibile è meglio praticare ad occhi chiusi avanzando nella pratica, per mezzo della propriocezione, ovvero la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto dellavista. La propriocezione assume un’importanza fondamentale nel complesso meccanismo di controllo del movimento.
Affinando sempre più l’attenzione ci portiamo verso una stato di consapevolezza maggiore del corpo, e avanzando con rispetto nei suoi confronti apportiamo cure preziose alle sue funzionalità, elasticità, funzioni fisiologiche, al suo rafforzamento partendo dal profondo, rinforzando i muscoli scheletrici, allungando quelli superficiali soggetti a contratture. Lungo il tragitto di costruzione delle asana vengono stimolati e ripuliti i canali energetici che a loro volta ripristinano l’equilibrio dell’organismo, come un trattamento ad esempio di Thai Massage, un trattamento da parte dell’operatore che stimola appunto i canali energetici e successivamente porta il ricevente ad eseguire strechting e movimenti come uno Yoga passivo.
Durante Asana ogni parte del corpo concorre alla sua esistenza e un asana raggiunta armoniosamente regala alla persona una stabilità su ogni piano, fisico e anche psicosomatico, proprio per questo le asana non vanno considerate come semplici esercizi isometrici e isotonici, sono l’inizio di una depurazione. Nella staticità della posizione, allungamento e attività di mantenimento vanno a scioglierei i blocchi e traumi emozionali che il corpo registra, questo il potere dello Yoga.
Attraverso gli impedimenti posturali che si riscontrano durante una pratica, emergono le caratteristiche mentali e la personalità del praticante e i fattori emotivi a cui è legata oltre che a quelli strutturali e funzionali. Una pratica costante ci accompagna gradualmente verso la trasformazione e a scoprire nuove potenzialità.

La Posizione (Asana) deve essere stabile (sthira) e confortevole (sukha). Yoga Sustra 2.46

Ogni postura deve essere vissuta in maniera piacevole, senza sforzi e tensioni. Se così non fosse, se disagio, fatica e sofferenza insorgono allora l’esecuzione è scorretta. E’ necessario ascoltare, imparare ad ascoltare il proprio corpo, ha molte più cose da dirci di quanto possiamo pensare.
Solo quando una corretta pratica è’ seguita per lungo tempo, senza interruzioni e con un’ attitudine positiva si può aver successo.

Pranayama, prana-soffio sottile vitale, ayama-sforzo volontario per dirigire il prana.
Una volta raggiunta una buona padronanza di asana si passa al prananyama, non semplicemente esercizi di respirazione, ma bensì una pratica vigile, attenta e consapevole rivolta alla distribuzione volontaria ed espansione della manifestazione materiale del prana, ovvero il respiro.
A questa tappa della pratica siamo dentro, oltre allo stato di asana, entriamo in contatto nella profondità gestendo la rivelazione di:
• Puraka, l’inspirazione, il riempimento, l’espansione;
• Recaka, l’espirazione, lo svuotamento, il riassorbimento delle pareti interne
coinvolte;
• Kumbahaka, la sospensione del respiro, in successione al puraka o recaka.
L’obiettivo del Prananyama è di purificare il sistema, far circolare l’energia vitale attraverso i tessuti fino ai nervi, in maniera libera, ordinata e regolare, fino al raggiungimento del controllo completo dello scorrere dell’energia. In fine ultimo la mente e la volontà dell’anima non sono più sottoposte alla fisicità e alle sue limitazioni. Si entra così in uno stadio più raffinato, dove la mente e i sensi entrano in una dimensione dove tempo e spazio iniziano a rarefarsi, così le idee e i concetti legati ad essi, così le forme e le immagini create dalla mente ed ecco così la strada per
Pratyahara.

Il Pranayama si pu manifestare in tre modi: interno, esterno e sospeso. Esso è regolato dallo spazio, dal tempo e dal numero, divenendo profondo e sottile. Yoga Sutra 2.50

Pratyahara, l’ultima tappa dell’ascesi psico-fisiologica. Qui avviene il ritiro dei sensi, si raggiunge l’autonomia dalle sollecitazioni del mondo esteriore e dal dinamismo
subcosciente.

Quando i sensi si staccano dai loro oggetti per assumere – per così dire – la natura propria della coscienza, si ha il Pratyahara. Yoga Sutra 2.54

I sensi di percezione privi della loro usuale attività, non cercano appagamento verso l’esterno, si riuniscono in tutt’uno verso l’interno, come una presenza che percepisce l’avvenimento profondo creatosi e ne rimane testimone, osservatrice. Desideri in eccesso, pensieri, emozioni frustranti si dissolvono, non ci sono tensioni che ci riconducono alla fisicità, ogni cosa prende armoniosità, calma e semplicità.
In questa atmosfera di quietudine il peso del cranio è inesistente, così quello del cervello, la mente si prepara alla concentrazione.
Da sé ormai circolano energie sottili, il prana scorre lungo il canale di shushumna, lungo la colonna vertebrale a partire dalla base alla sommità del capo. L’esperienza del pranayama sigilla i suoi effetti e le sue impronte lungo shushumna risvegliando Kundulini, l’energia primordiale che si risveglia come un serpente addormentato, alla base del primo Chakra, e sale in direzione della sommità del capo.
Questo sta ad indicare il risveglio della coscienza dall’illusione e simbolicamente viene rappresentato dall’unione della dea Shakti, femminile e del compagno Shiva, maschile.

“Colui che ritrae i suoi sensi dai loro oggetti esterni, come fa una tartaruga che ritrae le sue membra nel guscio, è ben stabilito nella saggezza”. Bhagavadgita 2.58

Una posizione che si può eseguire che rende l’idea del carapace, citato nell’aforisma qui sopra, è proprio Kurmasana (posizione della tartaruga), posta verso il finire della sequenza yoga nello stato di Asana ci predispone in una condizione di interiorizzazione verso l’esperienza di prathyara, come un involucro che racchiude una vitalità astratta pulsante.
Dharana, la fase in cui si arresta il flusso mentale su un oggetto ben preciso al fine di conoscerlo.
Come citato da Patanjali – Yoga Sutra 3.1:

La concetrazione (Dharana) consiste nel fissare la coscienza in un punto.

Nell’avanzare verso questo percorso, la mente è unicamente consapevole del punto su cui si fissa, la leggerezza che Prathyara inizia a far assaporare in dharana è in pieno vigore, i sensi sono del tutto slegati dalle loro ordinarie funzioni, ricordi spiacevoli, pensieri indesiderati, manie di persecuzione ed ossessioni diminuiscono fino a cessare, e molti dei conflitti mentali vengono risolti o perdono consistenza … i pensieri si smaterializzano.
I punti a cui dedicare la completa attenzione possono avere attinenza fisica, tali il cerchio dell’ombelico, il centro del petto, la punta della lingua, la punta del naso, il punto centrale tra le sopracciglia.
Altri punti, più sottili e profondi quali i chakra. Ed ancora punti esterni, luminosi come sole, luna, fuoco e tutto quanto ci possa condurre alla luce e in relazione con la libertà e con il divino. In dharana si è a briglie sciolte e l’unica visione è una strada che continua imperterrita verso l’infinito.

Dhyana, la meditazione, è la facoltà di mantenervi (sul punto prescelto) l’attenzione. Yoga Sutra 3.3

Si manifesta quando la direzione intrapresa in dharana scorre da sé, è un flusso continuo di piena consapevolezza del punto verso cui siamo rivolti su cui stiamo ormai meditando e la mente è libera. Lo stato di concentrazione non è più intermittente, il dharana diventa continuo quindi si passa a dhyana qui nasce la penetrazione conoscitiva del punto prescelto, esso viene assimilato in tutti i suoi aspetti e lo si lascia rivelarsi per quello che è nel suo manifestarsi.
Quando esso (dhyana) brilla della sola luce dell’oggetto, privo per cos dire della propria forma, si ha il Samadhi.
Samadhi, il salto finale, lo stato di coscienza attiva, pura e stabile.
Da qui il lancio di partenza verso la trasformazione creatrice, il samadhi è l’esperienza sovra-razionale dove la realtà è condotta dalla Conoscenza, dopo una stato di concentrazione suprema si giunge in un’atmosfera dove non si ragiona più per tempi, spazi, confini, concetti, non c’è più percezione della realtà intesa come vyakta, si è coinvolti nel flusso etereo, nello stadio di avyakta, il non manifesto, il non tangibile.
E’ complicato parlare di samadhi, o meglio è impossibile darne una spiegazione razionale e accademica, attraverso l’uso della parola e di concetti, perché è una modalità che fa parte della materia. Parole, pensieri, ragionamenti, trasformazione dei concetti in parole e trasmissione di essi sono materia, fanno parte di pakriti e in Samadhi si realizza il non realizzabile. Passare a Samadhi è come trovare una porta del tempo, si fa un viaggio, ci si ritira in una foresta, magari tra le piramidi Atzeche del Messico. Lì vi sono zone dove la vegetazione racchiude misteri e segreti in luoghi dove non è permesso l’accesso. E’ come trovarsi al varco di questi luoghi, davanti ad un muro di alberi e vegetazione selvaggia che tutto d’un tratto apre un varco, una porta, ci si avvicina, si fa un passo esitante e poi un altro passo e nell’immediato ci si trova in un’altra dimensione. Si percepisce un ambiente diverso, energie diverse, sensazioni mai provate; è una scoperta sorprendente dove il viaggiatore curioso si accorge di aver scoperto qualcosa letto o narrato in una antica leggenda. Vive la meraviglia di quell’estasi remota sognata.
Sembra la scena di un film di Indiana Jones o in un racconto fantasy o fantascientifico … alla fine la spiritualità è un po’ quello, la fede in qualcosa di supremo che non è tangibile, così i racconti di fantasia che siano di origine Tolkeniana, di avventura alla Jules Verne, vogliono traslarci nell’impossibile possibile.

“Tuttavia dietro l’angolo ci può aspettare, una nuova strada o un cancello da varcare.” J.R.R. Tolkien

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